II nostro incontro con Enzo Moscato risale a tre anni fa, quando Toni Servillo gli propose di scrivere un testo ispirato al soggiorno napoletano di Giacomo Leopardi: nel lavoro che nacque, l’atto unico lirico Partitura, emersero due temi che sarebbero stati molto importanti per noi.
Il primo era lo scontro tra la citta-tribù vagheggiata da Pasolini e quella traumatizzata dei nostri anni, rappresentato da Moscato con un’opera di infaticabile contaminazione del dialetto. La citta-tribù che un poeta può ancora evocare attraverso canti e racconti non c’è più, infatti, a Napoli, o piuttosto vi sopravvive in chiazze sempre più esigue, come le tracce di un affresco corroso dal tempo e dall’umidità. Ma questa città è un luogo immaginario che sopravvive dentro i napoletani (da molti di loro è temuto); è un luogo dell’anima riluttante ai falsi valori della modernità e indifferente alla sua seduzione. Oggi noi eleggiamo questa città fantasma a nostra patria: un verso di Partitura dedicato alla città dice: “dulce et decorum est pro patria mori, e i pe te moro”. Per nessun’altra.
L’altro tema era la scrittura di Moscato, sciolta in Partitura da ogni briglia drammaturgica. Scomparsi trama, personaggi e dialoghi, vi risuonavano delle voci libere, rispondenti a un teatro che reclama la scrittura scenica e l’incarnazione in un corpo consapevole di attore.
Entrambi i temi nutrono questo nostro nuovo incontro con Enzo Moscato. Rasoi è una rapsodia composta di brevi brani inediti, meditazioni e frammenti. Esprime ancora una volta il nostro desiderio di lavorare insieme, uniti in questo caso a un attore-poeta che amiamo.
Mario Martone
I napoletani oggi sono una grande tribù che, anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Boja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso -in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte- di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti, la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Boja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto nel cuore della collettività; una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perché questo rifiuto, questa negazione alla storia è giusto, è sacrosanto.
Pier Paolo Pasolini
Rasoi
su testi di Enzo Moscato
regia di Mario Martone e Toni Servillo
interpreti
Gino Curcione
Iaia Forte
Isacco Esposito
Licia Maglietta
Marco Manchisi
Vincenza Modica
Enzo Moscato
Toni Servillo
Tonino Taiuti
scene Mario Martone
costumi Metella Raboni
luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini
accompagnamento al piano Manuela La Manna, Marinella Anaclerio
allestimento scenico Nando Cirelli
aiuto regia Costanza Boccardi
sipario realizzato dal Laboratorio Scen-Art, Napoli
fotografo di scena Cesare Accetta
amministrazione Anna Tramontano
ufficio stampa Sergio Marra
una produzione Teatri Uniti a cura di Angelo Curti



