spettacolo

Il decimo anno

 

da Le Troiane di Euripide e Agamennone di Eschilo

con Peppino Mazzotta, Frederique Loliée, Massimo Zordan, Alessandra Forni, Antonello Cossia, Francesca Nicodemo, Roberta Nicodemo, Giovanna Giuliani, Alessandra Asuni, Nadia Carlomagno, Fortunato Cerlino.
regia Andrea De Rosa e Francesco Saponaro
scene Francesco Saponaro
costumi Ortensia De Francesco
musiche Andrea De Rosa
luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini
aiuto regia Alessandra Cutolo
direzione tecnica Lello Becchimanzi
foto di Fabio Esposito

Una produzione Teatri Uniti e Rossotiziano - 2000

 

 

Il decimo anno nasce dall’unione dei testi di due autori diversi: Le troiane di Euripide e Agamennone di Eschilo.

Ci è sembrato, in un primo momento, di essere come degli archeologi del futuro che cercavano di costruire un unico film da due diversi spezzoni di pellicola. Sappiamo, infatti, che Agamennone era solo la prima parte della trilogia definita Orestea, e sappiamo anche che Le Troiane era parte di una trilogia che non ci è pervenuta. Un po’ come unire il primo tempo di un film al secondo tempo di un altro, ma la trama è la stessa.

In una sola notte, infatti, dopo dieci anni di assedio, Troia viene annientata (Le Troiane) e l’esercito vincitore fa ritorno in Grecia (Agamennone). Uno stesso personaggio, Cassandra, è presente in entrambi. Altri sono fratelli e sorelle (Elena è sorella gemella di Clitennestra, Menelao è il fratello di Agamennone). Taltibio è il messaggero a Troia cui viene affidato, al suo rientro ad Argo, il compito di riferire delle atrocità della guerra.

Un filo nascosto tiene insieme questa nuova trama che viene fuori dell’unione dei due testi; un filo che spinge i nostri attori a fare una nuova esperienza: alcuni di essi si caleranno in un passato che ha determinato le loro colpe, altri subiranno i torti che dovranno poi vendicare. Cassandra predice un futuro di morte cui va realmente incontro. Elena viene umiliata da Ecuba e Menelao, ma Clitennestra uccide Cassandra ed Agamennone. Il piccolo Astianatte viene ucciso, come è accaduto dieci anni prima alla piccola Ifigenia. Taltibio vede con i suoi occhi che l’eroica impresa di aver tenuto Troia sotto assedio per ben dieci anni e averla conquistata in una sola notte è solo una chimera. Al rientro ad Argo tutto è cambiato, tutto si è sgretolato. La liberazione dalla fatica e dall’orrore sarà impedita dal sopraggiungere della serie di delitti che si scatenano in patria.

Quello che si manifesta ogni giorno sempre di più davanti ai nostri occhi, nel lavorare a questo spettacolo, è che in realtà non stiamo raccontando il destino di un singolo eroe. Attraverso questa dilatazione della trama, infatti, ogni attore ha la possibilità di verificare i suoi moventi, di risalire all’origine delle sue azioni. Ma questo percorso a ritroso si imbatte sempre in un punto zero, dal quale tutto viene innescato e di cui non si riesce a dire nulla: gli dèi, forse, o il destino, o le loro stesse volontà e passioni. Qualcosa che si agita nelle loro vite, e non gli appartiene. Qualcosa a cui noi, esattamente come loro, non abbiamo ancora imparato a dare un nome. Uno dei compiti che la nostra compagnia si dato è stato quello di stare in ascolto della prossimità vertiginosa dei Greci a questo punto zero. E uno dei risultati più sorprendenti, finora, è quello di aver ritrovato questa distanza, nonostante i millenni che ci separano, di fatto inalterata. Il vero eroe tragico del nostro spettacolo sembra essere la storia degli uomini, la forma stessa del vivere e la possibilità di poterne parlare. Il vero soggetto sono allora questi uomini e queste donne che, per quanti sforzi facciano, si imbattono sempre in questo punto zero.

Una circolarità, infatti, sostiene la nostra trama. Una ruota, su cui ognuno cerca di arrampicarsi per salire in alto, così determinando la caduta rovinosa di qualcun altro, fino ad esserne poi scacciato e cadere egli stesso. L’unica cosa che resiste, senza fine, è la ruota stessa. Così un cerchio sembra chiudersi. Un esile filo sembra riannodato, ma è solo un’illusione. Quello che resiste, imperturbabile, è il punto zero. Sul campo restano solo cadaveri. Quelli dei vinti, insieme, ed in tutto simili, a quelli dei vincitori.

 

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