In una stanza d’albergo con un balcone in riva al mare o ancora in riva al mare in un altro luogo battuto dall’Atlantico.
Una donna che racconta (come scrittrice o come protagonista?) due brevi storie estremamente rarefatte nella tessitura narrativa e che ci porta a radiografare le nostre follie, in cui crolla l’identità del senso, della persona e della vita, in una sorta di torpore psichico.
Sono stata affascinata perché sono racconti difficili e facili. “La malattia della morte è difficile, molto difficile. L’uomo atlantico è molto difficile, ma così bello che non è difficile. Anche se non si capisce - questi libri del resto non si possono capire - non è la parola giusta, si geme e si piange insieme”.
E sono stata affascinata da queste donne che vivono nell’oblio di sé. Tutte sono imprudenti e incaute e tutte sono causa della loro infelicità. Sono molto spaventate, hanno paura delle strade, dei posti, non si aspettano la felicità. “Non sono mai stata dove mi sarei trovata a mio agio, sono sempre rimasta indietro, alla ricerca di un luogo, di un modo per passare il tempo, non mi sono mai trovata dove avrei voluto essere. Escogitavo dei sistemi per fare tutto ciò che facevano gli altri. Ed è così che ero in ritardo dappertutto, che avvilimento. Facevo le cose a metà, per averle fatte, e non funzionava. Mi dispiace molto di essere stata così, in regola ma mai contenta. Una sola cosa so fare: guardare il mare. Sempre questo passaggio del tempo in tutta la mia vita. Nell’intera durata della mia vita”
Licia Maglietta
L’uomo atlantico
di e con Licia Maglietta
su testi di Marguerite Duras
scena e regia
Licia Maglietta
costume
Katia Manzi
luci
Pasquale Mari
suono
Daghi Rondanini
assistente regia
Marinella Anaclerio
direzione tecnica
Lello Becchimanzi
elettricista
Fabio Ianniello
macchinisti costruttori
Carlo Del Prete, Salvatore Giannini
ufficio stampa
Sergio Marra
foto di scena
Monica Biancardi
una produzione Teatri Uniti a cura di Angelo Curti
in collaborazione con Festival di Palermo sul Novecento



